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Il ddl anti-corruzione è legge

Il ddl anti-corruzione è legge

Dopo mesi di discussioni, trattative e polemiche, il testo è stato definitivamente approvato dal Parlamento: che cosa cambia, per punti

31 ottobre 2012 – Articolo pubblicato da ilPost.it
Dopo mesi di discussioni, trattative e polemiche, il disegno di legge sulla corruzione è stato definitivamente approvato dal Parlamento.
La Camera lo ha votato oggi, dopo aver votato ieri la fiducia al governo; il Senato lo aveva approvato il 17 ottobre. La Lega ieri ha votato no alla fiducia ma oggi ha votato a favore della legge, Italia dei Valori invece ha votato contro sia ieri che oggi. I partiti che sostengono il governo Monti hanno votato tutti a favore, i Radicali si sono astenuti.

Il testo ha una lunga storia parlamentare alle spalle: fu infatti discusso in commissione parlamentare al Senato a partire dal maggio 2010, poi arrivò in aula (oltre un anno dopo) e fu approvato dal Senato, in prima lettura, il 15 giugno 2011. Poi la Camera lo modificò, ampliandolo parecchio. Il titolo completo è “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione” ed è nato come un provvedimento del governo Berlusconi (i primi firmatari del ddl originale erano Alfano, Maroni, Bossi, Calderoli e Brunetta), per quanto nel tempo abbia subito numerose e radicali modifiche e infine una sostanziale riscrittura da parte del governo Monti.

I provvedimenti principali sono:

- l’istituzione di una nuova Autorità nazionale anticorruzione, con compiti di controllo e indagine sulla pubblica amministrazione, oltre che di presentare relazioni annuali al Parlamento;
– responsabili per la lotta contro la corruzione in tutti gli enti pubblici, enti locali inclusi; in questi enti è anche stabilita una «rotazione» – con criteri da definire successivamente – delle cariche nei settori più a rischio;
– maggiore chiarezza e trasparenza dell’attività delle amministrazioni pubbliche e precisazioni per quanto riguarda gli appalti e gli incarichi in società controllate dal pubblico;
– inasprimento delle pene per i reati coinvolti e nuova definizione di alcuni reati, tra cui la concussione (materia molto delicata, in cui in alcuni casi viene ridotta la pena), oltre alla creazione di uno nuovo, previsto dalle normative europee: il “traffico di influenze”, in pratica chi fa da intermediario tra il funzionario pubblico e chi vuole ottenere favori, che verrebbe punito con la reclusione da 1 a 3 anni;
– incentivi e garanzie per i dipendenti pubblici che denuncino episodi di corruzione.

Il ddl dà anche una delega al governo perché si occupi di fare una nuova legge sulla incandidabilità a cariche pubbliche dei condannati per reati connessi alla corruzione: il ministro Severino ha detto che il governo se ne occuperà entro un mese, precisando che l’idea del governo è quella di rendere incandidabili solo i condannati con sentenza definitiva. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha detto che il ddl è il primo intervento organico in materia di corruzione dalle grandi inchieste di Mani Pulite dei primi anni Novanta.

È il caso poi di ricordare un piccolo caso di fact checking su una cifra che viene ripetuta da settimane a proposito dei costi della corruzione. Ormai da mesi, in quasi tutti i servizi televisivi e giornalistici sul tema, si cita una stima attribuita alla Corte dei Conti secondo cui il costo della corruzione per l’Italia è di 60 miliardi di euro l’anno.

La cifra è venuta fuori per la prima volta a febbraio 2012, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Ma nella relazione scritta presentata dalla Corte dei Conti per quell’occasione, il costo di 60 miliardi è citato per dichiararlo poco attendibile. La relazione dice infatti (il passaggio è a pagina 100) che la stima complessiva del costo della corruzione nell’UE è di 120 miliardi di euro. Pensare quindi che la metà, 60 miliardi di euro, sia il costo della corruzione soltanto in Italia è «invero esagerato», scrive la relazione, che però non fornisce stime più realistiche. 60 miliardi di euro sono oltre il 3,5 per cento del prodotto interno lordo italiano, secondo i dati della Banca mondiale del 2011.

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